23 nov 2013

PRESENTAZIONE del LIBRO di LIDIA FERRARI “TANGO. I SEGRETI DI UN BALLO”. A TREVISO, SILEA



PRESENTAZIONE del LIBRO di LIDIA FERRARI “TANGO. I SEGRETI DI UN BALLO”. (a TREVISO, SILEA)

Ti proponiamo un incontro con altri amici che amano il tango e vogliono conoscere meglio i suoi segreti.

Sarà un incontro per parlare con l’autrice e tra di noi, fare domande, pensare insieme a

questo fenomeno che ci coinvolge tanto.

Mi piacerebbe avere un bel incontro di dialogo come quello che abbiamo fatto nella Ambasciata Argentina a Roma.

Siete tutti invitati. Ci sarà un piccolo buffet dopo la presentazione.

Luogo: Parco Comunale di Silea, Via Mazzini 1, Silea - TREVISO

Ingresso libero e gratuito

Per INFO:
trevisotango@gmail.com
Cell: 3473194936
www.trevisotango.blogspot.com
www.facebook.com/TangoIsegretidiunballo

12 nov 2013

LIDIA FERRARI NELLA AMBASCIATA ARGENTINA IN ITALIA E IN RAI 1. Presentazione del libro "TANGO. I SEGRETI DI UN BALLO", di Lidia Ferrari

                                                
L’Ambasciata della Repubblica Argentina in Italia - Casa Argentina
ha il piacere di invitare al brunch letterario per la  presentazione del libro  
TANGO I SEGRETI DI UN BALLO  di LIDIA FERRARI  

 Giovedì 14 novembre ore 13.00
Saranno presenti assieme all’autrice  Antonio Lalli ed Emanuela Molinari
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Ambasciata Argentina – Casa Argentina
Via Veneto, 7 2° Piano – 00187 – Roma- Uscita Metrò Barberini
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L'autrice LIDIA FERRARI e stata invitata al Programa 
UNO MATTINA CAFFÈ, di RAI
il 18 novembre 2013.

Intervista RAI 1:




1 set 2013

L'ABBRACCIO PORTEÑO Y EL TANGO, di Sergio Caregnato

L'abbraccio porteño e il tango
di Sergio Caregnato

In qualità di Italiano mi sono trovato a passeggiare per Buenos Aires negli ultimi anni in diverse occasioni, tutte solo marginalmente associate al tango. Non ero là per ballarlo, e non andavo a ballarlo se non sporadicamente con  alcuni amici che ho in quella città. Il tango è diventato un dato di fondo della città, un articolo buono per il merchandising turistico certo, ma non solo. Come il rumore del traffico, i marciapiedi sbrecciati o le migliaia di 'folletos' che finiscono invariabilmente per tapezzare i marciapiedi della città, offrendo servizi la cui natura non occorre essere alfabetizzati per comprendere, anche il tango si è fatto posto nella iconografia di Buenos Aires. Intendo la Buenos Aires che conta, quella delle belle 'avenidas' alla moda, dei bei palazzi, con locali per il tango che 'in estate' (vale a dire per l'estate degli europei cioè ad agosto) si popolano di europei e di italiani in particolare. Persino uno dei bei bar dell' aereoporto di Ezeiza, rinnovato ed ampliato di recente, ora si chiama 'Tango bar', scritta rossa su sfondo nero, naturalmente. Eccoci dunque arrivati al campionato del mondo di tango (che non a caso si svolge ad agosto), al tango patriomonio dell'Unesco, icona argentina, utile strumento di rilancio, non solo economico, dell'immagine dell'argentina e della sua capitale. La politica, cittadina o nazionale, non poteva rimanerne fuori. Tutte cose buone, sia chiaro, ma che inducono utili riflessioni sui percorsi dei fenomeni culturali a livello planetario, attivi anche prima che internet trasformasse il pianeta in una specie di pollaio.

Il tango è nato nelle 'boites' luride della Boca, forse. Ma arrivato a Parigi negli anni dieci, è rientrato in Argentina, francesizzato. E ora con questa 'nouvelle vague' tanguera i maestri del tango argentino sono assai sensibili alle aspettative, spesso meri luoghi comuni, degli apprendisti stranieri. L'invenzione di un tango 'nuevo' si pone all'intersezione tra esigenze di mercato e quelle di fare cose vecchie secondo una sensibilità autenticamente 'nueva', anche se non necessariamente argentina. E poi diciamolo, un ballo che investe la sua qualità profonda in una relazione intessuta di intimità vera, si esterna con difficoltà. Il 'tango escenario' invece risponde perfettamente alle richieste di un'immagine di cui, non a caso, la pubblicità si è impossessata già da alcuni anni. Ora quindi non ci si deve stupire di incontrare italiani che spiegano ai 'portenos' la loro città, o che figurino benissimo nei campionati di tango o nelle 'milongas'. Ma non di questa (dubbia) 'argentinità' del tango vi voglio parlare – come se il tango fosse un insieme di figure da eseguire secondo una ben confezionata retorica di cui i maestri locali sono gli eclusivi amministratori. Al contrario, vorrei sottolineare che, invece, nonostante questa pressione esercitata sul tango dall'industria culturale, questo ballo tenacemente conserva qualcosa di fortemente locale, qualcosa che si trova solamente qui, nel 'culo del mundo' come si dice a Buenos Aires, e che esercita un'attrazione sugli stranieri grazie ad un tratto che lo distingue, anche nettamente. Buenos Aires lascia una traccia forte al visitatore occasionale e di quella traccia il tango porta uno specimine. Ed è di questo che voglio occuparmi in questa nota.

Questa nota non nasce dall'esperienza del tango porteno, dalle osservazioni che si possono fare seduti al tavolo di una milonga, sorseggiando un 'cortadito' o una 'Quilmes', oppure gustando una 'empanada de jamon y queso' mentre una folla composita balla. Nasce piuttosto da quello che si sente per strada, dalle espressioni impiegate dagli abitanti di questa città quando si incontrano, da come si rivolgono la parola, si abbracciano, si stringono, dai sorrisi. Dalla convivialità. Vi è a Buenos Aires un modo esplicito di coinvolgere il corpo nelle relazioni umane che trova un suo corrispettivo linguistico nelle parole e con quelle si confondono. Si tratta, nei contesti che sono più comuni e familiari, di espressioni di cordialità, di piacere di incontrarsi, di stringersi ed abbracciarsi che sono indicatori di un interesse per l'altro che nell'Italia in cui vivo si è andato gradualmente perdendo, o forse non `mai esistito. Uno di questi segni della lingua, uno dei più evidenti ma non forse il più interessante, è l'uso dei vezzeggiativi.  Paula diventa  'paulita', il cortado, il 'cortadito' e tutto viene 'avvicinato' , familiarizzato, piegato ad una logica che rende gli oggetti abbracciabili, fatti propri. E' ben vero che questo potrebbe esssere riferito a qualunque area dove si parli il castigliano. Ma camminando per la città e drizzando le orecchie sentirete centinaia di espressioni di una socialità viva e frizzante che conserva quella marca che Borges aveva definito 'fervor'. Quando ci si incontra, ci si bacia sempre. Un solo bacio. E poi la lunga serie di 'me alegro' o 'que alegria' oppure  'divino' , 'que placer verte 'gracias, muy amable’.  E’ la convenzione dell’educazione del ‘carino’  la cui sinceritá  viene sottolineata  dalla partecipazione del corpo. E' un 'fervor' che l'anima portena non riesce a trattenere e che il corpo continuamente interpreta, e che la mente indaga. Con la scusa del tango, si scopre una Buenos Aires pulsante, vivace, ricchissima di fermenti culturali, fatta di gente che cerca e ricerca, che si riunisce, che discute con passione, che si pone il problema del mondo in cui vive. Quel mondo, lo vuole comprendere, sentirlo vivo e attivo, lo vuole 'abbracciare'. Fare una conferenza a Buenos Aires singifica, il più delle volte, attirare una folla interessata, vivace, competente, entusiasta che si incontra in una sala di una università che in Europa sarebbe giudicata 'male in arnese', ma dove la vita scorre e vi trasmette vita. Questo è l'abbraccio porteno e di questa natura, l' 'abbraccio' del tango porta una traccia che è difficilmente riporducibile e spiegabile al di fuori della città. Per il visitatore sensibile, questo incontarsi, stringersi, abbracciarsi, oscillare secondo un armonia spesso poco percepibile all'esterno è una delle anime del Tango. L'abbraccio è la metafora poco esportabile di cui Buenos Aires resta titolare esclusiva e forse anche inconsapevole, come siamo spesso inconsapevoli di ciò che costituisce un tratto saliente della nostra specificità culturale.

Naturalmente, per qualcuno l'abbraccio resta solo un abbraccio, e fatto al club Los Bohemios della Boca o a Treviso, o nella bassa Padana, poco cambia. Il Tango diventa in questo caso, come nel caso di altri balli, una specie di ginnica che coinvolge solo il corpo, o una strategia utile 'para levantar una mina'. Un po' poco, forse, oppure no. Dipende.

Ma il tango ci presenta l'abbraccio porteno in una forma intimamente pregnante, galante e coinvolgente. Esiste però, nella Buenos Aires di oggi, anche un abbraccio più ruvido ma non meno significativo. Quando si lascia il Club “Los Bohemios” ci si trova in un quartiere che a Buenos Aires si definirebbe, con un eufemismo, 'complicato'. Siamo nella Boca: le costruzioni sono scalcinate, gira per la strada un'umanità che ci appare 'randagia' e poco raccomandabile, le macchine parcheggiate sono buone per la demolizione, le porte e le finestre delle case, anche quelle povere, sono protette da inferiate. Il Club ha un parcheggio custodito al suo interno e i ragazzi che lo gestiscono sono affabili e gentilissimi, ma fuori, quell'abbraccio che era nato, probabilente, proprio in questo quartiere, assume un 'corpo' che è un'altra faccia dell'Argentina. Una faccia ruvida e povera non rintracciabile nelle belle milongas del centro, né nelle rappresentazioni 'mitologiche' dei turisti, ma che tuttavia è ben presente, anche quando provoca rezioni molto diverse, a tutti gli abitanti di questo paese. Anche di questo aspetto nascosto, porta tracce l'abbraccio di Buenos Aires e del tango.

Treviso
1/settembre/2013

30 apr 2013

Jorge Firpo y Lidia Ferrari bailan en Caminito 14 - Venecia

Jorge Firpo & Lidia Ferrari bailan Pugliese en Caminito 14 - Musile di Piave (Venezia). Assoziacione Tango Tres Porteños - 27 Aprile 2013
Jorge Firpo y Lidia Ferrari - Milonga Brava de Canaro - Caminito 14 - Venecia

19 dic 2012

Articoli di Lidia Ferrari / Artículos de Lidia Ferrari



Articoli di Lidia Ferrari /  Notas de Lidia Ferrari 

    ITALIANO:


Balliamo? o "Mirada y cabeceo" (sguardo e cenno col capo?): L’invito a ballare

Un po’ di calma, per favore!

LO STILE VERDUN PER BALLARE IL TANGO

     CASTELLANO:


El tango te lleva sin decirte adónde va 

EL TRAFICO EN LAS MILONGAS


  

 

LO STILE VERDUN PER BALLARE IL TANGO


LO STILE VERDUN PER BALLARE IL TANGO
Lidia Ferrari

Nella mia precedente casa-studio del mio amato “barrio” (quartiere, ndt) di Palermo Viejo, quando ancora non si era convertito nel vanesio Palermo Hollywood, avevo un vicino chiamato Verdun. Condividevamo il corridoio in questa casa di costruzione tradizionale del barrio di Palermo. Quelle case chiamate PH o “casa-chorizo”  (= casa -salsiccia: tipo di abitazione tradizionale a Buenos Aires caratterizzata da un cortile centrale con le stanze tutt'attorno, raggiungibili sia dal cortile sia attraverso porte intercomunicanti. ndt)  che sono rimaste relegate dalla nuova fisionomia degli elegantissimi e carissimi alti edifici che non portano solo ombra ai “patio” delle case. Sapevo che il mio vicino si chiamava Verdun poiché vedevo la sua corrispondenza all'entrata. Era ingegnere, specialista in caldaie. Era di quegli ingegneri, specie in estinzione, che lavorano duro con le loro mani. In un angolino della sua casa costruiva e inventava caldaie con un aiutante più giovane che eseguiva, con sicurezza, il compito più pesante. Verdun (così lo chiamavamo), aveva abbastanza più di 75 anni. Era snello e dal portamento elegante. Non aveva la raffinatezza di un elegante signore di Recoleta, ma la dignitosa eleganza di un portegno che ha vissuto quello che deve vivere. Balli, donne, famiglia, lavoro. Un uomo di Buenos Aires, senza dubbio. Ma non il suo stereotipo. Con la prestanza semplice della verità. Un autentico signore di quartiere, ingegnere, conoscitore del suo lavoro e del suo ambiente. Di un signore così non si sarebbe potuto fare alcun rilievo particolare, poiché non aveva nulla di speciale. Doveva essere vedovo o divorziato da molto tempo. La sua figlia viveva in Spagna e aveva una fidanzata giovane e psicotica. Verdun si vestiva come quei tanghéri o quegli appassionati di corse di cavalli che vanno la domenica all'ippodromo di Palermo col loro vestito migliore, un po' invecchiato e passato di moda, un po' adattato al corpo, per quando l'occasione lo richiede. Niente di particolare in Verdun, salvo che un giorno, avendo saputo che insegnavo tango nel mio studio, mi espresse il suo desiderio di venire alle mie lezioni di gruppo. E come no, Verdun! Sarà  un piacere per me! Verdun venne, e ci mettemmo a ballare. E il vecchio ballava. Ballava tango. Non aveva bisogno di imparare. Vabbè, non è che non potesse imparare, ma non aveva bisogno di imparare, a mio parere. Verdun ballava come tanti, tantissimi uomini portegni e argentini. Quelli che hanno ballato da giovani, che hanno ballato molto o sufficientemente. Quelli che nei decenni del '40 o del '50 (calcolo approssimativamente) ballavano nelle sale da ballo, nei club, nelle feste. Verdun non era andato a nessuna scuola. Verdun ballava con la semplicità e la precisione di un uomo che la prima cosa che  sente è la musica. La musica succhiata da bambino, immersa dentro il corpo e che sempre lo aveva fatto ballare. Ballava bene. Ballava come se fosse la musica a portarlo, e non come se fosse lui a seguire la musica. Avanzava con un dondolio e con un abbraccio fermo e sicuro. Mi offriva quel piacere, uno dei più belli di ballare il tango, di essere cullata da due braccia forti. Qualcosa del piacere femminile nel tango deve provenire dal ricordo di un certo primitivo essere ninnate, quelle braccia virili che possono cullarci dolcemente.

Verdun mi cullava come tanti altri uomini anziani con i quali  ebbi l'opportunità di incontrarmi in feste e matrimoni. Tutti luoghi per nulla convenzionali del tango, al contrario delle milonghe. Il tango esiste anche in questi luoghi non tanghéri. Esiste in tutta la vita sociale argentina. In qualche compleanno ballavo con lo zio di una amica di mia sorella, e questo signore era per me la grande emozione della notte. Non era di quei giovani vecchi milongheri che ballano nelle milonghe o nei club. Quelli che mai smisero di frequentare con poca o sufficiente assiduità i luoghi di tango. Lo stile Verdun non era questo. Mi raccontò che da giovane aveva ballato molto nei club. Però poi si era sposato e come tanti non era tornato a ballare, a parte occasionali feste familiari. Altri, anch'essi dello “stile Verdun”, avevano continuato andando sporadicamente a questi club. Nell'interno dell'Argentina come in Buenos Aires esistono questi piccoli club o luoghi dove si ballano la cumbia e il tango. Dove convivono tutti i balli popolari del momento, e anche il tango. In questi piccoli club, nei Centri per Pensionati, nelle Associazioni e Società di Patrocinio di quartiere si organizzano balli, feste dove la gente “più anziana” va a ballare per “mantenere il vizio”. E loro ballano come ballavano molto tempo fa. In modo semplice. Alla Verdun. Verdun camminava con qualche controtempo quando la musica glielo richiedeva. Faceva pochi “ocho” per la donna, solo nelle occasioni in cui collocava l'arcaico “corte”. Fermava il movimento e muoveva la donna perché facesse qualche piccolo “ocho”. E con la mano, poiché non sapeva condurre col torso. Però questo arresto, per nulla pronunciato o evidente stava in relazione ad alcuni accordi più forti, con qualche accento ritmico che chiamava il taglio. Mai un incrocio. Mai un adornato incrocio. Era un camminare in modo semplice e ritmato. Però era una felicità ballare con Verdun, perché la sua semplicità lasciava tutto il posto al ballo nell'abbraccio con la musica.
Verdun mi chiedeva che gli insegnassi a ballare come lo stavo facendo con il gruppo. Molte donne facevano fatica a ballare con lui perché non si facevano portare sufficientemente. Perché non capivano la sua maniera. E non era che non le sapesse “marcare”. Bisognava entrare in sintonia con la sua sensibilità. Qui si nota quando una ballerina è preparata, ossia quando può farsi portare da qualunque compagno, in qualunque stile le proponga l'uomo. Verdun poteva ballare con quelle che si lasciano portare dalla cadenza della musica, da questo abbraccio semplice e profondo. Niente sequenze basiche, giri, strani pivot. Un dolce farsi cullare dalla musica. Un tango ascoltato come lo si deve ascoltare. Un tango sentito profondamente, naturalmente, essenzialmente.
Verdun è questo protagonista della storia del tango. È il soldato sconosciuto del tango. Quello che ballò nei club, seguì le orchestre, comprò i dischi, ascoltò le radio. Verdun è uno di questi  innumerevoli uomini orgogliosi di esserlo. È questo portegno o uruguagio che faceva sbocciare il ballo come la cosa più naturale della sua vita. Ascoltare Gardel o ballarsi qualche tango erano cose tanto essenziali come bere mate o cucinare un asado. Tanto naturale e impercettibile per la sua vita. Ora sembra che questo si sia convertito in un atto quasi eroico. Sì, in un certo senso lo è. Come è eroico vivere e continuare la vita di una comunità amandola senza darsene conto. Amare le cose proprie della vita della comunità perché sono così, solo per questo. Verdun è il portatore di un segreto che si trasmette e si riceve da mano a mano.
Io proposi a Verdun che venisse a ballare nelle mie lezioni, dato che gli piaceva moltissimo. Per lui era ritrovarsi con la sua gioventù, con i suoi propri desideri. Veniva incantato alle lezioni ad abbracciare queste giovani un poco reticenti a ballare con lui. Loro desideravano braccia giovani e un ballo un po' più complesso. Io godevo nel ballare qualche tango con lui. Gli proposi che venisse solo a ballare. Cercammo, a sua richiesta, di trasmettergli qualche passo. Gli risultava un po' difficile. Cosa risultava difficile, a quest'uomo, che era tutto fatto di tango? Gli costava entrare in un lavoro di assorbire una nuova maniera. Il suo stile di ballare tango era il suo. Era di tutta la vita. Gli dissi che non aveva senso che imparasse qualcosa, poiché già sapeva. Pensai anche che la esperienza poteva essere inversa. Che Verdun potesse insegnarci qualcosa. Però lui voleva solo ballare. Mi pareva che l'esperienza più interessante era che ballasse con le ragazze e che io cercassi di trasmettere loro quale fosse l'incanto del suo ballo, anche quando loro ancora non lo potessero capire.

Perché Verdun, come quell'illustre soldato sconosciuto degli eserciti del tango, non è quello che nei club emergeva per il suo ballo. In ogni barrio c'era, così lo raccontano alcuni vecchi ballerini, un club o un salone dove si ballava tango. E lì emergeva qualcuno, che potremmo riconoscere ora come maestro, come Portalea di Sin Rumbo. Ogni ballo, ogni barrio aveva qualche ballerino di tango rinomato. Dicono che un abile ballerino di un barrio non andava a ballare al centro di riunione di un altro barrio. Colui che si distingueva era unico, e aveva cura del suo posto.  E anche i suoi vicini avevano cura del suo posto. In ogni locale o club c'erano ballerini più bravi che erano in grado di  fare effettuare l'incrocio alla donna, che erano in grado di fare il giro, che sapevano mostrare le loro abilità  con i piedi. Erano quelli che forse avano imparato in qualche scuola, anche se la maggioranza avevano appreso dai genitori, o dai fratelli maggiori, dagli amici del barrio, dagli altri ballerini del club. Erano quelli che avevano cominciato a ballare da piccoli e che cercavano di ballare sempre un po' meglio, di aggiungere figure, mostrare le loro destrezze. Questi anziani che ci raccontano la loro storia ci dicono che in ogni barrio c'erano differenze nel modo di ballare. Ci raccontano che fra barrio e barrio c'erano differenze... piccole, però grandi per quelli che erano immersi nel micromondo del quartiere. I più osservatori, i più impegnati, i ballerini assidui di ogni barrio  lo notavano.
Lo stile Verdun è lo stile di quelli che, semplicemente, ballavano. Piaceva loro ascoltare certe orchestre. Avevano i loro cantanti o vocalisti prediletti. Ballavano e impararono a ballare in modo semplice. È molto probabile che nessuno avesse loro insegnato. Che entrassero nell'arena della pista e lì, spontaneamente, la danza cominciasse. Poi, con il tempo, si stabilirono in uno stile personale e semplice, e continuarono così. Ogni tango che ballavano era una sfida, non di destrezza tecnica, ma la sfida di rinnovare un piacere.
Verdun smise di venire a queste lezioni del sabato. Però sempre quando mi vedeva entrare nel corridoio mi diceva “Sabato prossimo, vengo!...” I suoi occhi brillavano quando lo diceva. Si capiva la felicità nel suo modo di dirlo, sul suo volto. La sua vita era abbastanza opaca, in quei giorni. Recuperava la sua brillantezza, quando ballava tango.
Si potrebbe pensare che lo stile Verdun era più autentico di altri? Sarebbe uno sproposito dirlo. Si potrebbe dire che la semplicità di Verdun  è quella del vero tango? Nulla di più lontano dal vero. Si tratta di convertire Verdun in un modello da imitare? No, poiché è inimitabile.
La potenza della musica per Verdun e per il suo ballo è la medesima della potenza della musica per un ballerino straordinario come Gustavo Naveira[1].  Tutti e due sono spinti, dominati, dalla musica. Però è chiaro: ci sono grandi differenze. Gustavo sa quello che sta facendo. Questo sapere è un tipo di dominio di ciò che fa. Però tuttavia la sua sensibilità di fronte alla musica è la stessa che quella di Verdun. La musica li prende tutti e due alla pancia e li fa ballare. Gustavo può sezionare in piccole particelle ciò che fa, quando spiega la ragion d'essere di ognuno dei suoi movimenti. Inoltre può arricchire i suoi movimenti di ballo, può dominare il suo corpo perché l'interpretazione sia più ricca, più abile, più variata. Però tutti e due condividono qualcosa che fa che un ballerino di tango sia un autentico ballerino, e cioè che la musica li colpisce in maniera tale che il loro ballo viene determinato da essa.
La distanza che c'è fra Gustavo e Verdun è enorme se li vediamo dalla distanza piccola del barrio. Così come si vedevano piccole differenze fra barrio e barrio, allo stesso modo possiamo vedere grandi differenze di stile fra Gustavo Naveira e Verdun. Ma sono poi differenze di stile? Forse sì, forse no. Dipende dalla distanza del luogo da dove si osservi. Però in qualcosa non sono differenti. Nessuno dei due può smettere di godere di ballare il tango con la musica.
Se scegliamo di guardare dalla distanza che ci è permessa dall'epoca di Google Earth, vedremo che le differenze si riducono, e che Gustavo e Verdun sono vicini di casa dello stesso barrio, della stessa sensibilità.
Forse nello stile che ora viene chiamato “milonguero” si riflette qualcosa di questo spirito semplice dello stile Verdun. Però lo stile milonguero si è ormai trasformato in uno stile sofisticato, rispetto  al Verdun propriamente detto. E perché no? Perché non andare acquisendo nuove destrezze, nel momento in cui si conservi lo stesso piacere del ballo? Verdun voleva arricchire il suo ballo. Voleva ricrearlo. Non per tradire il suo stile, ma per godere di qualcosa di nuovo. Io gli proposi di insegnargli qualche piccola cosa conservando il suo stile. Però imparare a ballare come lo facevamo noi era dovere mettere una grande parentesi in quello che faceva.  Certamente, Verdun poteva aggiungere qualche passo per sentirsi meglio. Però è anche certo che Verdun già era arrivato al suo stile. Già aveva il suo ballo completo. E aveva quello che non tutti tengono: la sensibilità per la musica, e il movimento, il suo.
Quello che facciamo noi ora, che ormai abbiamo accademizzato l'insegnamento, che possediamo conoscenze della dinamica  dei movimenti, è cavalcare sopra un tango molto più ricco, complesso, interessante nel suo aspetto tecnico.
Anche se è certo che dobbiamo insegnare ad ascoltare la musica. Nessuno insegnò a Verdun come doveva muoversi con certe orchestre, e meno ancora  quello che doveva provare, sentire. Nessuno disse a Verdun come doveva “sentire” la musica. Questo ci fu in lui da sempre. Ora dobbiamo organizzare seminari perché la gente ascolti i timbri, i ritmi, i fraseggi delle differenti orchestre e possa interpretarli. Però non lo insegniamo per imporre un modo. Lo insegniamo perché altrimenti la gente non balla con la musica, fa passi e figure senza metterci quello che è la fibra fondamentale dello stile Verdun:  la musica è ciò che ti fa ballare.
Sebbene ciò capiti soprattuto con gli stranieri, ossia con quelli per i quali la musica del tango è qualcosa di strano, nuovo, esotico, è anche certo  che per molti rioplatensi la musica del tango è qualcosa che ha smesso di essere il luogo in cui si è nati. Per molti di qui (Buenos Aires, ndt)la musica è qualcosa che bisogna lasciare entrare nella nostra sensibilità.
Però non si tratta solo del fatto di potere ascoltare la musica, ma che i movimenti che essa provoca  rispondano al suo timbro, al suo colore, alla sua cadenza.. Non si tratta solo di andare al ritmo con la musica. Questo si può fare, e tuttavia la sensibilità del movimento provocato dalla musica non si vede, non si riflette.
La sfida che hanno le nuove generazioni con il tango non è solo potere ricreare il ballo nel suo aspetto tecnico. È chiaro che il momento attuale è di una complessità crescente, di cui non possiamo sapere dove finirà nel suo accelerato, continuo e sorprendente arricchimento. La sfida è che si balli con la musica, con questa sensibilità naturale che fa sì che il movimento risponda ai colpi della musica, al suo ritmo, alla sua melodia e al suo fraseggio. La sfida che si continui con questa forte eredità di un ballo segnato dalla musica.
Verdun rappresenta l'anonimo popolo che alimenta lo spirito del tango senza saperlo, senza avere idea di quello che fa. Casualmente, Verdun si chiama come quella battaglia della prima guerra mondiale in cui morirono circa mezzo milione di soldati francesi e tedeschi. Sembra che fosse qualcosa come un pareggio (le mie conoscenze della prima guerra mondiale sono scarse). Dicono che fu un pareggio virtuale in una battaglia non decisiva. Credo che Verdun, il mio vicino di casa, sia uno di quei milioni di soldati sconosciuti che combatte in una battaglia, forse non cruciale, però certamente una battaglia, quella del tango, che si continua a sostenere giorno dopo giorno da parte di ciascuno che lo balli, col suo protagonismo anonimo, forse non decisivo, ma di certo essenziale.


[1]Scelgo di nominare Gustavo Naveira per metterlo in relazione con Verdun poiché egli è il maggior esponente di un certo stile di ballare il tango che alcuni sono molto interessati a separare da altri stili. Sono moltissimi i nomi di ballerini che potrebbero rappresentare qui questa cosa che condividono Gustavo e Verdun, moltissimi nomi di ballerini famosi così come anonimi. Il contrappunto è per ravvicinare questi due, Gustavo e Verdun, che molti vogliono distanziare.

TRADUCCIÓN: PIER ALDO VIGNAZIA

Fragmento de mi libro "Tango. Arte y misterio de un baile". Corregidor, 2011
 

L'UOMO CONDUCE MA LA DONNA NON È UNA MARIONETTA

L'UOMO CONDUCE MA LA DONNA NON È UNA MARIONETTA
di Lidia Ferrari
Esistono idee sul tango che a volte, senza essere esplicite, influenzano il modo di ballare. Poiché nel tango è l'uomo che si fa carico di condurre la danza (direzione, figure, ecc.), si tende a vedere questa guida in forma meccanica. Un certo segnale è lo stimolo di un atto riflesso, ossia: tale stimolo produce una determinata risposta automatica. Effettivamente la marca dell'uomo condiziona ciò che fa la donna.
Sebbene la regola nel tango è che sia l'uomo a condurre, ciò non significa che la donna sia una marionetta. In questo modo si cancellerebbe la produzione congiunta del ballo e, soprattutto, le emozioni che essa genera. Se si è guidati (anche senza rendersene conto) da questo meccanicismo nel modo di considerare la marca dell'uomo e la risposta a essa, si possono verificare diverse conseguenze.
All'inizio dell'apprendistato, sia nell'uomo che nella donna, si può notare che effettivamente molti si fanno questa idea della guida. Vediamo allora che gli uomini marcano in maniera meccanica e disarticolata e le donne rispondono, in modo immediato o facendo resistenza, ma senza considerare quello che possono fare in questa risposta. Si tende a delineare in modo molto schematico i segnali della marca. La mano che marca sulla spalla e le braccia sembrano disarticolarsi dal resto del corpo. Si separa la marca da tutte le intenzioni corporali: dalla direzione che vuole prendere l'uomo o dalla figura che vuole eseguire.
Si esagera la marca più di quanto sia conveniente, come se, per ottenere la risposta che si desidera, il movimento della mano dovesse essere molto evidente.
Nella donna è possibile osservare tutto ciò nel passo che cade, come se la donna non si prendesse il tempo o non avesse intenzioni, e come se non potesse sostenere il suo corpo indipendentemente dall'uomo o come se il passo non lo facesse lei.
Converrebbe, forse, trasformare l'idea dello schema stimolo-risposta in quella di un ingranaggio, in cui l'azione dell'uomo (tutto il suo corpo, la sua sensibilità e la sua intenzionalità) comporta che anche la donna produca azioni (con tutto il suo corpo, la sua sensibilità e la sua intenzionalità), sulle quali a loro volta si innestano le azioni dell'uomo, e così via. In modo che sia difficile isolare l'azione di uno da quella dell'altra.
Ci riferiamo specialmente al ruolo femminile nel ballo perché, per quanto si dica che è molto più semplice di quello maschile (e questo è certo), la donna deve farsi carico di un arduo compito. Da un lato deve affinare la sua sensibilità per riconoscere le intenzioni dell'uomo e, al tempo stesso, rispondere con la propria sicurezza, la coerenza dei suoi passi e i suoi tempi nel ballo. Un equilibrio delicato in cui la disponibilità, necessaria e sottile, a rispondere alla guida dell'uomo si articola con la sua fermezza, sicurezza e abilità.
Anche se l'impresa di diventare una buona ballerina richiede un percorso meno complesso di quello dell'uomo, non si deve trascurare la difficoltà che comporta il delicato compito di articolare la sua disponibilità alla guida dell'uomo con la fermezza del suo ballo. Ciò può far sorgere dei problemi se si esagera uno di questi due termini.
Se si esagera la disponibilità si può giungere a rispondere automaticamente ai segnali. La donna, agli inizi, spesso risponde automaticamente. Il passo si fa breve, poco consistente, come se cadesse. L'effetto è che la donna è trascinata, maltrattata, fino a perdere l'equilibrio. È un budino che non balla, ma è ballato. Non dà ai suoi passi il loro volume, la loro distanza e il loro stile.
Se la bilancia pende dal lato della fermezza quasi non si riesce a ballare insieme e con sensibilità. Evitando di abbandonarsi al ballo e a chi lo conduce, sembra quasi che balli da sola, come sottraendosi all'ingranaggio di cui fa parte. Nell'ingranaggio i due pezzi devono incastrarsi, coincidere, incontrarsi, dialogare. In fin dei conti non è un macchinario (anche se a volte lo sembra) ma un dialogo di sensibilità.
Una delle caratteristiche del ballo della donna sta nei suoi abbellimenti ma, soprattutto, nella sua maestria nel seguire l'uomo e nel ballare con il suo stile.
Quando una buona ballerina risponde molto bene alla marca, può ballare con qualunque uomo, imponendo il suo proprio stile e, nel contempo, adeguandosi allo stile di ballo dell'uomo. Agli occhi degli altri sembra che la donna sappia già cosa sta per fare l'uomo, come se indovinasse le sue intenzioni. La marca o la guida dell'uomo non si percepiscono, la risposta è immediata e molto coerente. Non si nota che lei sta lasciandosi portare, perché in ogni momento rimane sensibile e disponibile alla guida maschile. Si constata che ha stile, perché fa sembrare facile la difficoltà di percepire e capire la marca dell'uomo, e perché riesce a includere i suoi virtuosismi, i suoi abbellimenti, il suo ballo.

NOTA
1. Marca: insieme di "segnali" con cui l'uomo indica alla compagna le sue "intenzioni"

Fragmento de mi libro "Tango. Arte y misterio de un baile". Corregidor, 2011

 pubblicato sulla rivista BATANGO, Buenos Aires, anno III, n. 84, seconda quindicina di dicembre 1998
Traduzione a cura di Rosanna Remón e Roberto Manfredi

Balliamo? o "Mirada y cabeceo" (sguardo e cenno col capo?): L’invito a ballare

Balliamo? o "Mirada y cabeceo" (sguardo e cenno col capo?): L’invito a ballare 

La milonga è come un mercato, con la sola differenza che ciascuno di noi è tanto un venditore quanto un acquirente nella fiera del ballo.
Noi ci proponiamo alla clientela e, nel contempo, andiamo alla ricerca della mercanzia migliore. La milonga è un grande mercato dei desideri di ballare il tango - ed anche di altri desideri -. Ci offriamo per ballare ed altri si offrono a noi. Come al mercato, ognuno si offre quel che c’è di meglio. Alcuni, così come nelle fiere, imbrogliano. Dipingono di rosso le mele ancora acerbe, nascondono la frutta già avvizzita e mettono in vista quella a puntino. Alcuni ti truffano apertamente, bisogna dirlo. Ti vendono gatto per lepre. Anche nella milonga succede qualcosa così, almeno finché non diventiamo buoni intenditori e non compriamo più frutta e verdura qualsiasi.
La differenza sta nel fatto che in questo mercato siamo noi ad offrirci: il nostro corpo e la nostra sensibilità. Perciò, è meglio prendere alcune precauzioni per non far la fine del pesce che non si vende.
Un momento chiave della milonga è l’invito a ballare. Lì si mette in gioco il nostro modo di relazionarci agli altri, le nostre regole di convivenza esplicite e implicite.

L’invito a ballare. La mirada e il cabeceo.
In molte milongas la gente invita a ballare direttamente. Gli uomini si avvicinano alle donne e le rivolgono un "Balli?". Alcuni ricevono un no chiaro e tondo; altre volte, dame gentili trovano una scusa per non accettare l’invito. Senza dubbio, il ballerino si sentirà frustrato. E’ difficile non reagire di fronte a un rifiuto. Alcuni uomini ingegnosi perciò escogitarono una modalità d’invito per evitare queste mazzate. Con cautela, guardavano la donna che desideravano invitare per valutare un suo possibile assenso. Fu così che debbono esser nati i famosi “mirada e cabeceo”. Qualora lei, la ballerina, avesse reagito allo sguardo con fare desideroso di ballare, l’uomo avrebbe replicato sottilmente con un cenno col capo, affinché lei capisse l'invito. È facile dedurre che questa forma di invito avesse i propri vantaggi e così entrò nella tradizione tanguera argentina.
Si deve invitare con mirada y cabeceo perché a Buenos Aires si fa così?
E’ più avveduto adottare questo tipo di invito partendo da un presupposto egoista degli uomini ballerini: evitare i rifiuti femminili. Ma c’è anche un altro motivo riguardante le ballerine. Si tratta di evitare di porle nell’obbligo di ballare anche con chi non vogliono, qualora non osino rifiutare l’invito. C’è poi un altro motivo predominante per la donna ed è che, in tal modo, lei può scegliere con chi ballare. Una donna come sceglie quando non vuole o può invitare direttamente? Utilizza il proprio sguardo. Sceglie con lo sguardo. Se siamo svantaggiate nelle milongas perché di regola non invitiamo a ballare, almeno scegliamo chi guardare, sperando che questi c'inviti tramite un chiaro incontro dei nostri sguardi.

Ho ascoltato le confessioni di ballerini che hanno raccolto svariati rifiuti in milonga. Credo che, in questa fiera, lo sguardo sia la nostra difesa e la nostra alleata. Sia l'uomo che la donna possiedono nello sguardo un radar che rivela chi desidera ballare con loro. Perché la cosa bella è ballare con chi ci piace ed a cui piacciamo.
L'uomo guarda (“mira”) quelle che desidera invitare a ballare. Se non viene guardato è perché esse non intendono ballare con lui. Lo sguardo è una risposta di consenso. L'assenza di sguardo equivale ad una mancanza di interesse. Se l'uomo guarda varie volte una donna e non incrocia mai il suo sguardo, significa semplicemente, che non vuole ballare con lui. Perché insistere nel voler ballare con chi non vuole ballare con noi?
Ovviamente ci son luoghi in cui “mirada y cabeceo” non funzionano. Son quelle milongas in cui la gente va in gruppo e balla solo con chi conosce. Se ci troviamo in un posto così “mirada e cabeceo” non solo non sono necessari, ma non hanno alcun senso. Anche a Buenos Aires ci sono milongas dove la gente balla soprattutto con chi conosce. E questo non è un peccato. Ma io preferisco quelle milongas nelle quali tutti o quasi tutti ballano con tutti o quasi tutti. Mi piacciono le milonghe dove posso ballare con qualcuno che non conosco. Mi piace l’interscambio, in milonga. E’ la premessa di un buon incontro.

Ballare con uno sconosciuto o una sconosciuta.
È utile aver visto come balla la persona che si vuole invitare o che desidera invitarci. Osservare come balla una persona con cui ci piacerebbe ballare è un modo per conoscerlo/a. C’è stata un’epoca in cui esistevano i vareadores (animatori), non so se ci siano ancora. Ne ricordo uno. Era un signore di una certa età che invitava, all’inizio delle milongas, soprattutto quelle ballerine che non venivano invitate. Egli sapeva che la propria funzione era un vantaggio per le donne. Diceva che le "mostrava", perché sapeva bene che, se una donna non balla, è probabile che non venga invitata a ballare semplicemente perché gli uomini non sanno se balla.
Generoso, l’atteggiamento di questo cavaliere.
Io suggerirei agli uomini che s’apprestano ad invitare una donna che non conoscono, e se non sono ballerini collaudati, di invitarla dopo il primo o secondo pezzo di una tanda. Altrimenti la tanda nella quale balliamo con qualcuno, con cui non ci piace ballare, diventa interminabile, eterna.

Se un uomo invita la donna in modo diretto, se essa è cortese e non vuole respingerlo, la sta forzando a ballare con lui.
M’è capitato una volta, in una milonga tradizionale, che un signore mi invitasse a ballare direttamente, si fermasse di fronte a me cogliendomi di sorpresa. È difficile che io dica di no. Lo faccio per cortesia. Entrai in pista a ballare e si rivelò un vero disastro. Non ballava bene, il che per me non è un problema, però la sua postura ed il suo abbraccio mi causavano un grande fastidio. Non osavo sospendere il ballo, ma il fastidio andava crescendo. Cosicché, prima del terzo o quarto tema mi feci coraggio e gli dissi che mi dolevano i piedi, o qualcosa del genere. Non ricordo bene la scusa. Immediatamente e con aria furiosa, mi disse che ciò non era ammissibile, che non potevo smettere di ballare e mi minacciò dicendomi che gli altri uomini presenti non m’avrebbero invitata mai più. Questo tipo mi trattenne e non lasciò che lo lasciasse. Quando cominciò il tango, mi prese in fretta obbligandomi a continuare a ballare, fino al mio tavolo. Lì mi lasciò quando la musica finì. Era chiaramente un espediente per mostrare che era lui a lasciare me, e non io lui. E’ stata l’unica volta che ho vissuto una situazione così sgradevole. Il peggio è stata la sensazione di violenza nel vedere che non potevo smettere di ballare, salvo non sollevassi un forte litigio. Ma siccome non mi piace creare confusione, sopportai in silenzio.
Cos’era a turbare questo tipo al punto di non accettare che lo lasciassi nel mezzo di una tanda? Lui non voleva che i suoi compagni ballerini lo vedessero mentre veniva respinto. Qui, l'immagine di sé, che lui supponeva di dare agli altri ebbe un peso brutale sul suo atteggiamento. Mi pare che l’uso di “mirada y cabeceo” possano evitare queste situazioni. Ora, non credo nemmeno che “mirada y cabeceo” siano un qualcosa di sacro.

Per me, il luogo del ballo, deve essere un posto di interscambio, dove la gente sia tutta il più cortese possibile, e dove gli egoismi e le vanità vengano messe in gioco con modestia. Sì, sembra difficile.
Perciò, se un ballerino che ha appena cominciato a ballare e vuole ballare con una ballerina esperta, può invitarla quando la tanda è già iniziata, ballare soltanto uno o due tanghi, e così tira a sorte la possibilità di un rifiuto, e nel contempo, le evita un potenziale disagio.

I codici/regole che si sono escogitati nelle milongas hanno una loro ragione di essere. Mirada y cabeceo vanno applicati ovviamente nei luoghi dov’è possibile. In un locale molto ampio e dove la luce è molto tenue, o dove la gente balla solo tra gruppi di conoscenti, la mirada e il cabeceo perdono tutta la loro efficacia. Quindi, imporre un dogma senza trovarne il suo senso attuale e reale, significa trasformare la milonga in una sorta di messa in un tempio. E, per fortuna, ballare il tango non è una religione.
  Di Lidia Ferrari
Treviso
1/11/2012
(Traduzione di Pietro Adorni)

Un po’ di calma, per favore!

Un po’ di calma, per favore! - Lidia Ferrari

Sembra difficile in un momento come questo avvicinarsi a una riflessione che possa creare una pausa nella frenesia che agita il mondo del tango.
Sembrerebbe che il fenomeno dell’assembramento sia giunto al tango, almeno alla manifestazione del ballo ed al suo ambiente. E con esso sono arrivati due peccati: superficialità e interessi.
Per l'interessi dobbiamo vedercela coi furbi di turno che fanno qualche soldo col tango, con gli avidi di tagliare la fetta migliore di una torta che non si sa mai quanto durerà, con le persone che non sanno vivere in altro modo che non sia redditizio perfino nelle minime azioni della vita.
Per la superficialità dell'incontro dobbiamo vedercela con la gente che crede, crede ancora che arrivare al cielo o realizzare il sogno della vita si può comprare con la carta di credito via Internet o che la fortuna si possa acquisire a rate comode. Passione e felicità sono articoli nel mercato delle promesse facili da realizzare. Nulla di ottenibile col lavoro, dedizione, con interesse genuino si trova in questo mercato. La passione la puoi comprare con un biglietto per un paese latinoamericano, in un best-seller rosa-erotico o con alcune lezioni di tango.
Questi due peccati compaiono quando non si fanno bene le cose. L’aumento di interesse per il tango ha consentito a molta gente talentuosa di espandere le frontiere del tango e moltissime produzioni di livello eccellente sono state possibili grazie al loro finanziamento. Nemmeno la superficialità sarebbe un peccato, quando si tratti di un avvicinamento al tango per divertimento che viene fatto nel modo migliore. Dico “peccati” qualora il lucro e la superficialità attentino alla qualità.
Poiché questo mercato è tanto esteso, risulta che appaiano molti venditori e molti compratori. Quanti più compratori, più venditori e quanti più venditori, più compratori. Tutti contagiati a vicenda.
Così pullulano come non mai i festival che, come minimo, sono internazionali, perché li ho visti anche universali. Lì si incontreranno i maestri dell’Olimpo in una pista col pavimento di parquet appena incerato nel miglior palazzo di Saturno.
Diceva Mafud che "La “tanguidad” è un'autentica cosmo-visione del mondo.". "Il tango si esprime e si universalizza all’interno, nel mondo intimo di ognuno; procede in profondità: mai all’esterno...". "In sostanza, il tango è un atto confessionale.".
“Il tango non si può cantare in coro. Né si può ballar in "cerchio", collettivamente... La convivenza tanguistica, più che convivenza di mondi, è ruminazione interiore di ognuno nel suo mondo peculiare. Col risultato che le sue innovazioni fondamentali sono state apportate da uomini soli. La sua origine non è mai collettiva o anonima, bensì individuale e vissuta.".
Non so se Mafud abbia ragione. Non credo che esista una “tanguidad” come cosmo-visione del mondo, né che non possa essere ballato collettivamente e neppure so se esista la “tanguidad”. Ma quel che, sì, credo è che richieda, almeno il ballo del tango, un incontro con sé stessi e con gli altri, con calma, partendo dalla disponibilità ad essere in due a conversare nel ballo. Con calma, senza rumori, per poter ascoltare la sua musica, per poter ascoltare la propria sensibilità e quella degli altri.
Sembrerebbe che nel tango due cose si stiano incontrando nel tempo e nel luogo.
- Una è la necessità ineludibile che abbiamo di trovarci con gli altri. Ma vogliamo che sia rapida e soddisfatta agevolmente. L'urgenza non ci permette che l'incontro si produca nella sua giusta misura e che dedichiamo il tempo e l’esercizio necessari per ballare bene. La necessità di socializzare - reale ed imperiosa -, fa parte di un contesto nel quale crediamo sia facile trovare quello che vogliamo, come se trovarsi con gli altri fosse qualcosa che si possa comprare.
- L'altra cosa che s’aggiunge è la necessità di trovare un modo di sussistenza economica. Come sempre, da quando il mondo è mondo, dobbiamo procurarci il necessario per sopravvivere. E il tango sembra un prodotto facile da vendere. Alcuni devono vendere qualcosa ed altri devono comprare socializzazione. Facciamo un pacchetto di tango e ferie, o tango e crociera, o tango e festival ed avremo due bisogni soddisfatti. Niente di male in tutto in ciò. È bello poter ballare con un gruppo di persone che stimiamo e godendo di un paesaggio splendido, con una bella musica di tango. Però non ci sarà garantito all’acquisto del biglietto. Primo, c’è bisogno di gente che sappia ballare o che impari a ballare. Quando si incontrano sulla nave da crociera, nell’hotel o dovunque sia, la cosa potrebbe non funzionare. La musica non si ascolta. Sono talmente tanti che non c'è posto per tutti, o il cibo è cattivo. La maggioranza non sa ballare, i maestri danno lezioni per i livelli “avanzati” a gente che ha appena cominciato, quelli che sanno ballare si indispettiscono con quelli che non lo sanno fare, le donne s’indispettiscono con gli uomini che non le invitano, e quello che era, o doveva essere, un incontro di socializzazione finisce per essere uno scontro. Alcuni ci guadagnano. Ma non troppo.
E quanto al tango? Se ti ho visto, non mi ricordo! Il tango, quello di cui parlava Mafud, quello dell'intimità, quello della pausa, quello che si riprometteva un incontro di conversazione, di sensibilità? Quel tango, non è salito sulla nave da crociera o ha continuato a vagabondare per il festival.
Al tango, questa ressa, intesa così, non fa neppure un graffio, perché prosegue il suo cammino dove lo si pratica in modo autentico, con calma, senza urgenze. A chi non fa bene è alla gente che crede trovare lì la passione o la socializzazione promesse e trova disordine ed avidità.
Chi desideri imparare a ballare il tango dovrà sapere che è servono soltanto voglia e dedizione, pazienza e desiderio di comunicare con gli altri e tempo, sempre tempo. Perché Troilo, che qualcosa sapeva di questo, diceva "Il tango ti aspetta”. Ma se il tango ti ha aspettato non è perché tu pensi che, comprando un biglietto aereo per Buenos Aires o eseguendo qualche passo, già lo conosca bene.
Mi pare che ci sia bisogno di calma, dedizione ed umiltà per potere trovare nel tango qualcosa di quello che ci può offrire.

Lidia Ferrari
Treviso, 7 marzo 2012
(traduzione di Pietro Adorni, 24 marzo 2012)